Intervista a Francesco Giorda

Ciao a tutti!
L’altro giorno, abbiamo accolto uno dei fondatori e attori del Teatro della Caduta, Francesco Giorda – il quale ha accettato gentilmente di incontrare la redazione PeerToYou per una breve intervista che vi proponiamo qui in seguito.

PeerToYou: Ciao Francesco! Ti va di presentarti?
Francesco Giorda: Volentieri! Ho iniziato a 18 anni a fare spettacoli di strada: per 15 anni ho girato l’Italia e l’Europa facendo spettacoli interattivi.
Successivamente, con alcuni amici ho aperto qui a Torino il Teatro della Caduta, iniziando così un percorso nel quale si passa dagli “Spettacoli di Intrattenimento” agli “Spettacoli di Contenuto”. Con questi ultimi mi riferisco a spettacoli nei quali poter usare tecniche interattive, comiche e ironiche, ma anche poter finalmente mettere in teatro contenuti a quali tenevo: un tipo di monologo interattivo comico, sarcastico e ironico. Oggi questo genere è chiamano Stand Up Comedy: molto di matrice anglosassone perché ho fatto due anni di scuole superiori in Inghilterra e quel modello comico inglese mi è entrato molto nelle vene. È quel modello in cui non si dichiara mai cosa si pensa, ma si mette sempre il dubbio, si gioca sull’ironia e sull’ambiguità provocatoria, in senso buono.

PTY: Di che cosa vai fiero dei tuoi spettacoli?
F.G: Fiero dei miei spettacoli è un sentimento che non provo, se devo dirvi la verità. Quello di cui sono felice è che a 18 anni mi sono dato un obiettivo – che era quello di riuscire a fare questo nella vita – e mi sono detto: “Adesso faccio 10 anni di gavetta prima di decidere se ce la farò o no”.
Sono contento di essere stato determinato perché a 18 anni volevo fare spettacoli e mi sono detto che avrei fatto qualunque cosa pur di continuare: ho svolto tanti lavori complementari e, ancora oggi, faccio lavori nell’ambito dello spettacolo che farei a meno di fare, ma che continuo a fare. Tutto pur di continuare a fare spettacoli.

PTY: Cosa ti piace dire di te stesso?
F.G: Attraverso i miei spettacoli comunico già tanto di me stesso e di come sono fatto.

PTY: Qual è lo spettacolo nel quale ti immedesimi di più?
F.G.: Quello che non ho ancora fatto.

PTY: Da cosa prendi ispirazione per le tue tematiche?
F.G.: Riferisco tutto sempre a esperienze personali e autobiografiche. Le tematiche, tendenzialmente, sono quelle che mi riguardano o a cui tengo.
Ad esempio, il tema dello spettacolo sull’HIV non m’interessava particolarmente, a livello personale; tuttavia, nel momento in cui ho dovuto affrontarlo, ho messo dentro dei riferimenti su temi a cui io tengo, che generalmente devono mettere in discussione luoghi comuni della società e delle abitudini umane.

PTY: A proposito di questo spettacolo sull’HIV, che l’anno scorso è piaciuto molto nelle scuole, sappiamo che lo ripeterai. Da cosa nasce quest’idea?
F.G.: Faccio questo spettacolo perché l’associazione Giobbe (che si occupa di HIV e prevenzione), proprio per non fare una cosa didattica, retorica e pesante, mi ha chiesto di scrivere uno spettacolo sui contenuti dati dall’infettivologo. Quindi, ho studiato una marea di cose con lui e ho riadattato tutti i contenuti in modo comico e paradossale. Lo spettacolo nasce proprio da questo: portare a scuola un linguaggio che non sia didattico.

PTY: Come hanno reagito i ragazzi delle scuole che hanno assistito allo spettacolo sull’HIV?
F.G.: L’evoluzione della reazione, tendenzialmente, è sempre una curva che inizia con “Questo chi è? Cosa vuole? Cosa sta dicendo?”; poi inizio con le interviste su Diffondiamo l’AIDS (le domande impossibili) e, convinti sia una cosa seria, ci mettono 3 minuti a capire e a concedersi di ridere, non sapendo se possono farlo oppure no.
Soprattutto i primi 10 minuti, mi guardano con gli occhi sbarrati come per dire “Ma perché dice queste cose? È serio o non è serio?”. Anche quando dico che devono aver paura delle epidemie, della BSE (mucca pazza); o quando dico che ci sono state 208 vittime in 25 anni non capiscono se sono poche o tante, se è ironico o no. Quindi sono un po’ spiazzati. Poi, però, mi declino molto su di loro e questa situazione piano piano si scioglie e cerco di toccare argomenti che li riguardano.
È proprio uno spettacolo che inizia con la diffidenza e il non sapere come approcciarsi, poi c’è un coinvolgimento e alla fine c’è un entusiasmo notevole.

PTY: Quindi attraverso il divertimento e le tematiche di tutti i giorni permetti ai ragazzi di conoscere temi di cui non sono a conoscenza?
F.G.: ci sono tante situazioni in cui i ragazzi vengono e dicono: “Menomale, ma perché nessuno ci dice mai niente su queste tematiche? Su questi temi, noi ragazzi siamo lasciati a noi stessi, dobbiamo inventarci noi un approccio e nessuno se ne occupa”. Io non pensavo che ci fosse ancora questa situazione: ogni generazione ha il buio da affrontare su questa cosa. Non c’è mai nessuna generazione per la quale si può dire che ora siamo un gradino più avanti. I genitori tendenzialmente diventano adulti e hanno di nuovo problemi a parlare di sessualità con i figli, mentre quando sono stati loro giovani hanno avuto lo stesso problema e dicevano che non avrebbero fatto come i loro genitori.
Quando termina lo spettacolo c’è un momento di gelo nel quale chiedo se è tutto chiaro e se ci sono domande. Appena un ragazzo rompe il ghiaccio, anche gli altri prendono coraggio. Perché è questo che serve: anche per decidere cosa è giusto nella sessualità a quest’età, si deve avere coraggio di guardare quello che si ha di fronte e dirgli cosa è importante per sé. Siccome molti giovani non hanno coraggio, nel momento in cui qualcuno lo fa, questa persona libera anche gli altri e iniziano a saltare fuori questioni anche abbastanza imbarazzanti e la barriera tra maschi e femmine crolla.
A me piace quando, finito lo spettacolo, i ragazzi pensano che sia stato figo, molto interessante.
Durante lo spettacolo faccio sempre l’esempio della raccolta differenziata e, quando si parla di quest’ultima, sono vivi, mentre se si discute di qualcosa che li riguarda non lo sono. Così faccio un parallelo tra essa e i rapporti sessuali, parlare di questi come se stessimo parlando della raccolta differenziata. Questa cosa fa ridere, ma allo stesso tempo dà l’idea che si potrebbe parlare apertamente di qualunque tema.

PTY: Che cosa dovrebbero aspettarsi quest’anno nelle scuole?
F.G.: Che continui questo progetto perché l’anno scorso ne abbiamo fatti veramente tanti, coinvolgendo sui 1500/1600 ragazzi. Quest’anno ho richiesto dei gruppi più numerosi per avere più persone coinvolte, per ottimizzare le risorse.
Devono aspettarsi di divertirsi, di stare bene con i loro coetanei e di potersi dire delle cose che normalmente non fanno

PTY: Ormai conosci il nostro sito www.peertoyou.it dalla sua creazione, puoi dirci cosa ne pensi?
F.G.: Ogni volta che lo pubblicizzo alla fine degli spettacoli e dico che si trova online è una nota rassicurante per i ragazzi. È positivo per loro trovare un universo online in cui poter fare domande e confrontarsi con altri coetanei. L’impatto è immediato.

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