KEITH HARING

A poco più di trent’anni dalla sua scomparsa, Keith Haring ed i suoi omini dalla figura iconica, protagonisti delle sue opere, si battono ancora oggi per i diritti della comunità LGBTQ+.

Fu pittore, writer ma soprattutto un attivista socialmente e politicamente impegnato: parole chiave che brevemente ci descrivono l’artista e l’arte di Keith Haring, senza dubbio uno tra gli artisti più iconici che gli anni ‘80 abbiano visto.

Haring dimostra e sviluppa sin da piccolo una grande passione per il disegno, in particolare per quello in stile fumettistico e dei cartoni animati. Il suo genere preferito e da cui ha tratto maggiore ispirazione era quello dei fumetti di Dr. Seuss e dell’iconico Walt Disney.

Incoraggiato dal padre che lavorava come grafico per una grande azienda, inizia gli studi d’arte a Pittsburgh, in Pennsylvania. Ben presto però si dimostra non essere esattamente uno studente modello e, abbandonati gli studi di grafica pubblicitaria, si trasferisce a New York dove frequenta per un periodo la School of Visual Art.

Keith inizia a portare la sua arte nelle strade, e le prime opere che realizza sono dei graffiti che colorano i pannelli pubblicitari della metropolitana newyorkese. Questi spazi diventano per lui un vero e proprio laboratorio creativo dove  sperimentare, mettendo a punto il suo stile e facendo così conoscere la sua arte.

Un’unica linea di contorno che crea sagome bidimensionali di omini stilizzati dai colori accesi, sono questi i soggetti e i tratti distintivi delle sue opere, i cosiddetti: “Radiant Boys.”

Queste affascinanti ed emblematiche figure non hanno età, né etnia, sono invece accomunate da danze, giochi e strani intrecci. Omini “Agender” di cui non è possibile distinguerne il sesso, che diventano così delle vere icone della lotta alle discriminazioni di genere in favore dell’inclusione.

Lo scopo è quello di comunicare un senso di unione e di comunità che, non tenendo conto del genere, della razza o dell’orientamento sessuale, si pone al di sopra di ogni tipo di disuguaglianza o discriminazione. “Un’arte per tutti e in cui tutti si identificano”, afferma lo stesso artista.

Dai temi pacifisti dell’uguaglianza, si passa però anche all’attivismo politico con uno spirito provocatorio. E’ questo il caso dell’opera “Pop Shop III” in data 1989, in cui Haring utilizza la metafora del “non vedo, non sento, non parlo”. Le classiche scimmiette vengono qui sostituite da tre dei suoi omini, per denunciare chi non vuole trattare tematiche scomode come i diritti umani o le malattie sessualmente trasmissibili, uno dei temi a lui più cari, in quanto anche vittima di questa malattia. Keith Haring diventa un’icona Queer e di riferimento importante per la comunità LGBTQ+ con il suo impegno attivo nella lotta contro le discriminazioni e le disuguaglianze sociali. Il suo coming out fu un’azione di grande coraggio e non facile per quegli anni se pensiamo che solo il 17 maggio 1990 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

E’ la fine degli anni ’80 quando Haring scopre di essere sieropositivo. In questo periodo la malattia era vista come uno stigma, una connotazione negativa a un membro della comunità, che veniva principalmente associato con l’omosessualità.

Durante gli ultimi anni della sua vita, Haring si dedicò attivamente per parlare della sua malattia e generare consapevolezza sull’AIDS.

Nel 1989, l’anno prima della sua morte avvenuta a soli 31 anni, fondò la “Keith Haring Foundation” per aiutare le associazioni che si occupavano delle persone malate di AIDS.

Haring ha lasciato tracce artistiche del suo passaggio in giro per tutto il mondo. Tante di queste opere pubbliche, realizzate per enti di beneficenza, ospedali ed orfanotrofi.

Un’ intramontabile icona artistica che ha segnato una generazione e che tutt’oggi con la sua arte semplice ed immediata, ci ricorda valori umani fondamentali e imprescindibili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.